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Il saluto nella comunicazione interculturale

Stefan Nienhaus

The only greeting permitted among Muslims is Assalamu-Allaikum Warahmatullahi Wabarakaatuhu, “Peace be to you and the mercy of Allah and His blessings.”
If you are greeted in any other way you must not answer.
(Ayaan Hirsi Ali, Infidel)

In che posso ubbidirla? - disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente: bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati.
(Manzoni, I Promessi Sposi)

 

IL SALUTO NELLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE (1)
Hi, Guten Tag, Ciao, Buenas dias, Hola!
Tutti saluti brevi e molto brevi, che ormai - in generale - ci bastano.
Ma ora sentite questo:
“Al magnifico Signore, all’aurea luce delle sette arti liberali, corona radiosa dei teologi, eterna luce della religione, Espero dell’ordine dei Domenicani, tesoro del vecchio e del nuovo Testamento, fustigatore degli eretici, chiarissimo specchio di ogni eroica virtù – al mobilissimo padrone, al Signor maestro, bacia i piedi in segno di saluto, il più infimo discepolo e umilissimo servitore della Sua Maestà!”(2)
Certo, Erasmo di Rotterdam, grande protagonista dell’umanesimo, qui ha esagerato un po’ a mo’ di caricatura, tuttavia può fornirci un’idea come allora fosse uso infarcire il saluto di complimenti e quanto contasse la distanza gerarchica.
L’ars retorica si è occupata da sempre con attenzione della salutatio, del discorso di benvenuto, e delle forme di saluto quotidiano, soprattutto nella sua espressione epistolare.(3) Ne viene sottolineata la stretta ritualità, l’apparente mancanza di una vasta scelta di espressioni retoriche, diverse dal repertorio di parole e gesti convenzionali. Dalla linguistica, poi, i saluti vengono definiti come “elementi fortemente convenzionali dell’interazione simbolica”(4). Non può, d’altro canto, sorprendere che tutti i galatei, i manuali delle 'reglas de urbanidad', insistano sull’importanza dell’'arte di saper salutare bene': chi fa il suo ingresso in una comitiva con una 'brutta figura', dopo avrà tanto da faticare per recuperare il danno della 'gaffe' iniziale! Il saluto come primo momento di presentazione decide chiaramente non tutto, ma conferisce subito un indirizzo importante al seguito dell’interazione. Proprio a causa della sua ritualità, il saluto risulta tra gli oggetti principali della ricerca scientifica soprattutto nella sociologia, nell’antropologia, e naturalmente anche nell’etnologia.

 

I
Come hanno evidenziato già i miei saluti iniziali, le norme del saluto non variano soltanto da un contesto culturale all’altro, ma subiscono anche forti cambiamenti nel corso della storia. Per la comprensione del carattere generale di questi mutamenti si mostrano molto utili le categorie che Norbert Elias ha definito nella sua ricerca di sociologia storica sul “Processo di civilizzazione”(5): Elias pone l’attenzione sul rapporto tra formalità e informalità in una società, rapporto che si mostra, però, molto più complicato di quanto si potrebbe pensare. Sicuramente molti di noi non avranno dubbi sul fatto che durante il secolo scorso, con una forte accelerazione dopo il ’68, le nostre società occidentali abbiano intrapreso un percorso che, dalla dominanza di rigide regole formali nel comportamento sociale, va verso una sempre più diffusa libertà dalle restrizioni. Quello che ci possono prescrivere i galatei sembra sempre meno rilevante e ci sentiamo anche autorizzati a disattendere i loro consigli senza temere gravi conseguenze. Le formule di saluto si sono tendenzialmente unificate e ridotte a pochi gesti ed espressioni verbali che non si differenziano socialmente. E’ vero che anche i grandi manuali sulla nuova cultura borghese, come, per esempio, il “Knigge” alla fine del Settecento in Germania, sono stati scritti da aristocratici, ma solo perché magari loro avevano imparato meglio come tenere la forchetta in mano – i valori culturali che esprimono il “Knigge” e i suoi simili sono quelli borghesi che mirano all’uguaglianza tra gli uomini e all’omogeneizzazione della società.(6) Non rispetto alla proprietà, naturalmente, ma nei diritti, doveri e, soprattutto, nei comportamenti. Il saluto feudale, dunque, che doveva esprimere la distanza incolmabile tra sovrano e suddito, tra servo e padrone, non ha più ragione di esistere. Anche dove ci sono ancora gli “aiuti domestici” in casa, il rapporto è sempre quello da datore di lavoro e quello che, per un tempo determinato e regolato da contratti tariffari, presta la sua forza lavorativa: dunque è un cittadino uguale, libero e di dignità pari a quella del proprietario della casa dove fa le pulizie. Un impiegato di norma non si rivolgerà al suo capo con lo stesso saluto che rivolge ai colleghi di pari dignità giuridica, le gerarchie nel potere decisionale delle aziende (e chiaramente in ambiti sociali fortemente gerarchici come l’esercito) non sono scomparse e si traducono nell’esigenza di conoscere e rispettare alcune regole comunicative.
Magari si usa il “ciao” e il “tu” con chi è seduto alla scrivania accanto e ci si rivolge con un chiaro “Buon Giorno” e “Lei” al dirigente del riparto: ma più o meno si riduce a minime differenze. Queste distinzioni tra maggiore formalità o comportamento informale si ritrovano, poi, non per caso, anche al di fuori del mondo del lavoro, nella cosiddetta vita privata. Qui corrispondono semplicemente al grado di conoscenza tra le persone che si incontrano. Quel “Buon Giorno” più formale non è per niente riservato alla persona di rango superiore, trova posto, invece, anche al di fuori del rapporto gerarchico. Visto che in realtà sono poche, le regole sembrano, però, soltanto confermare la riduzione e semplificazione delle norme di comportamento (e, dunque, anche delle formule di saluto). Il paragone storico trova, invece, elementi che, al contrario, forniscono indizi per un’ espansione della formalità su tutta la vita sociale. Pare che una società che possiede un’alta formalità tra persone di rango sociale diverso, allo stesso tempo accetti una informalità più alta tra quelli che appartengono allo stesso gruppo sociale. Elias nomina come esempio il netto contrasto tra una lettera di Leopold Mozart all’arcivescovo al quale chiede il posto di primo direttore d’orchestra e le famose lettere del figlio Wolfgang Amadeus alla sorella. Mentre il padre inizia la sua lettera con un ampio uso di formule che esprimono lo stato di suddito supplicante: “La Sua Grazia e Alto Principe! ….mi pongo a Sui piedi etc.”, nelle lettere alla sorella, ma anche allo stesso padre, Mozart, come si sa, si serve di espressioni esplicitamente volgari e parla, per esempio, degli aspetti musicali delle flautulenze. Proprio rispetto all’ammissione di queste ultime nella comunicazione privata è significativo un altro aneddoto che riguarda protagonisti della corte reale di Francia intorno al 1700: la principessa Liselotte racconta in una lettera come avrebbe divertito la corte organizzando insieme al suo illustre consorte, il principe di Orleans, al figlio, il duca di Borgogna, e sua moglie, figlia del Re sole, una gara di scoregge.(7) Non credo che oggi, se ad un gruppo di amici venisse in mente di fare un cosa del genere durante una festa, gli altri ospiti avrebbero reazioni diverse da un profondo imbarazzo… La licenza al gioco, al comportamento infantile, pare dunque, sia stata più grande in quei tempi ormai lontani, quando nei rapporti tra i ceti diversi si seguiva una più estesa e rigida formalità. La riduzione di essa, d’altro canto, ha portato l’uomo borghese ad interiorizzare una maggiore quantità di tabù soprattutto rispetto al proprio corpo. Le formalità che prima conoscevano una più ampia regolarizzazione pubblica e, in compenso, concedevano più libertà tra uguali, “intra nos”, oggi sono senza dubbio inferiori rispetto alla loro quantità, ma sono diventate un compito dell’individuo che, in compenso, non trova più nessun ambiente in cui le norme inespresse di quello che si fa e quello che non si fa, siano veramente sospese. Non possono esserlo, visto che sono diventate regole non semplicemente pubbliche e esterne, ma private ed interne anche nei luoghi pubblici.

 

II
Il che non vuol dire che queste regole di comportamento, che abbiamo interiorizzato e delle quali ci rendiamo conto soltanto quando vengono infrante, non abbiano un forte impatto nell’interazione e sul risultato della comunicazione. L’esempio sulla socialità della fine ‘600 in Francia da me citato è preso da un libro che è uscito alcuni anni fa in Germania e che ha avuto un grande e inaspettato successo: si tratta di una pubblicazione, il cui titolo, “Manieren”(8) (maniere), farebbe pensare soltanto ad un altro nuovo galateo, e lo è anche in parte, ma lo scritto rappresenta qualcosa di molto più interessante. Questo significato più ampio (che ha avuto sorprendente risonanza nel pubblico tedesco) è dovuto al suo autore. Non si tratta di qualche dama della buona società tedesca che vuole ricordare ai suoi concittadini le buone maniere, ma di un principe che decenni fa è immigrato in Germania dall’Etiopia. Anche se sono segnate ogni tanto da uno snobismo un po’ buffo, le sue osservazioni non si basano soltanto sulla buona educazione di chi appartiene al ceto aristocratico, ma forniscono uno sguardo dall’interno e dall’esterno allo stesso tempo, un giudizio espresso da una persona perfettamente acculturata che si è riservata, però, la capacità di estraniazione di chi viene da un altro continente. I lettori occidentali sono rimasti stupiti davanti allo specchio interculturale che l’autore ha mostrato, proprio perché esso indicava l’aspetto normativo e rituale di parole e gesti che in determinate situazioni vengono usati quasi inconsciamente – appunto come rituali. Cosi, per esempio, al suo arrivo in Germania, il giovane africano non riusciva a capire che cosa avessero da ridere i suoi compagni di studi quando un coinquilino, dopo aver litigato con l’affittuaria del comune appartamento, le chiedeva di rinunciare in futuro a fornirgli “l’indicazione sulle fasi del giorno”(9). In effetti, il saluto verbale più diffuso in Germania (e anche nella maggior parte dei paesi europei) consiste proprio nell’augurio per le fasi della giornata, dal “Guten Morgen” al “Guten Abend”. Sapendo questo, sembra facile scegliere il saluto adeguato. Purtroppo non è così, visto che ogni paese ha il suo modo di distribuire le fasi della giornata: uno straniero in Italia fa fatica ad abituarsi al fatto che il saluto “Buona sera” scatti subito dopo l’ora di pranzo (più o meno dopo le due), quando il sole è ancora molto in alto nel cielo e la sera è senza dubbio ancora piuttosto lontana. Inoltre, il saluto verbale è spesso segnato da regionalismi. Gli stati di lingua tedesca, con la loro cultura fortemente federalista, conoscono nella formula del saluto verbale una netta divisione tra nord e sud: chi si ostina ad usare il “Grüss Gott!” - che è il modo solito di salutare da Monaco di Baviera fino al Tirolo e si potrebbe tradurre come una abbreviazione di “Dio sia con te” -, nella capitale Berlino, provoca una certa irritazione e si presenta comunque come un cittadino cattolico che ostenta il suo credo di fronte ad un ambiente dominato dalla cultura atea o protestante, e come minimo sarà accolto da “sudista” conservatore. Rispetto al saluto verbale la comunicazione interculturale deve fare i conti, dunque, non soltanto con le diversità delle lingue nazionali, ma anche con una infinità di espressioni locali, più o meno diffuse geograficamente. L’uso internazionale del saluto “Hallo” (non importa tanto se la prima vocale “e” abbia pronuncia all’Inglese o secondo le varianti con la “a” o “ä”) sembra confermare la tendenza verso una riduzione di formalità, ma in realtà questo tipo di saluto è limitato allo spazio culturale anglosassone, dove è quasi sempre adeguato, mentre altrove si riduce agli stretti ambienti amichevoli e di familiarità.
Il saluto verbale può essere accompagnato da un gesto, ma ha conquistato un ruolo fondamentale anche nel salutare a distanza, per esempio davanti a un auditorium, dove è impossibile salutare ciascuno dei presenti, oppure negli incontri in strada quando non è prevista una sosta che permetterebbe altre forme di interazione. Se esiste una certa familiarità o un rapporto simpatico, basta anche un gesto come il braccio alzato:
Ma sono pochi i gesti universalmente diffusi, la loro accettabilità è strettamente legata a contesti storici e al radicamento negli usi e costumi delle varie culture. Quando si è creato un preciso significato ideologico, con la sconfitta dei movimenti – o altre forme di organizzazione - politici, anche il gesto decade, come per esempio il cosiddetto “saluto romano”:
Nelle società occidentali, con i radicali cambiamenti di costumi e di moda nel Novecento, proprio nel senso più stretto dell’abbigliamento, si è persa anche una forma di saluto che per secoli era quella più diffusa (ed elegante):
Alzare il cappello per salutare qualcuno non è più possibile come gesto consueto, semplicemente perché quasi più nessuno ne porta uno in testa.
Il gesto sopravvive, però, verbalmente nelle espressioni come, per esempio, “Hut ab!” (Giù il cappello!) o anche “Tanto di cappello!” etc. Una famosa caricatura che riguarda il patto tra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia nel 1939, combina due gesti oggi nell’occidente inconsueti ma ancora comprensibili proprio nel senso ironico che traspira da quel disegno:
Il processo di migrazione dal gesto al linguaggio verbale è piuttosto comune: l’inchino, molto diffuso nelle culture asiatiche nella funzione sia di saluto che di reverenza in generale,
nelle culture occidentali si è per lo più perso, ma espressioni del tipo “mi inchino davanti all’autorità di…” sono formule consuete in quasi tutte le lingue europee, che tendono, però, spesso alla figura meiosis come un understatement ironico (come suonerebbe oggi anche un saluto d’addio del tipo “suo servo”, mentre l’austriaco “servus” - o anche l’italiano “ciao” - sono sempre leciti, perché nessuno si ricorda delle loro origini nella stessa radice “servo” e “schiavo”). Il “bacio sulla mano” ugualmente è diventato un gesto molto raro

che viene considerato per lo più esagerato:

mentre la formula verbale è accettata non soltanto ironicamente.

 

III
La trasformazione di alcuni gesti in formule verbali non significa una tendenza generale di riduzione del saluto alla parola. Le fasi iniziali e quelle conclusive dell’atto comunicativo sono, invece, caratterizzate da un impatto della gestualità e della presentazione esterna degli interlocutori ancora più forte rispetto alle sue parti centrali. Quando incontriamo una persona, normalmente la nostra prima impressione riguarda il suo aspetto esteriore: la mimica, il gesto, il portamento e i vestiti(10):

La dominanza della vista nella percezione della realtà determina l’impatto iniziale con un’altra persona. Nei contesti della comunicazione interculturale che sono condizionati dal giudizio sull’efficacia dell’interazione, si tende a ritualizzare e normalizzare questi aspetti.
Non è un caso che, di fronte ad una tendenziale riduzione di formalità, nel mondo dall’alta finanza, del commercio e della politica, si presti grande attenzione alla prima impressione che si potrebbe provocare all’inizio di una trattativa ecc. A parte i militari e altri pubblici funzionari simili, oggi sono forse soltanto i “banker” (e parzialmente i politici) ad accettare la “divisa” (vestito scuro, portamento controllato, sorriso obbligatorio ecc.). La riduzione della presentazione individuale segue ovviamente l’intenzione di ridurre il rischio di fare ‘una brutta figura’ a partire dal primo contatto visivo, in compenso si espone a quello dell’appiattimento verso una grigia uniformità.
Anche il saluto ormai universalmente diffuso, indifferentemente se radicato o no nella cultura del singolo paese, è da interpretare in questa ottica: la “stretta di mano”. Questo gesto è una sorta di via di mezzo tra il saluto a distanza e quello con un contatto fisico più intimo nelle varie forme di bacio o abbraccio:

Era tradizionalmente legato alla funzione di suggellare un accordo, un affare, e questo significato continua a sopravvivere in vaste aree di negoziazioni, dal mercato del bestiame alla diplomazia politica:

Una volta offrire la mano dava il segnale di intenzioni pacifiche – chi dà la mano nuda fa vedere che non ha armi in pugno -, oggi, nel mondo del commercio e della politica può essere letto come segnale di volontà di intesa. La diffusione di questo saluto è diventata talmente totale nei contesti citati che il bravo businessman che ha appena imparato nei trainings interculturali che in Giappone si usa l’inchino per salutare, lascia interdetto il suo interlocutore asiatico - con la mano nel vuoto…:
Dopo il ‘crollo del muro di Berlino’ e l’allargamento del capitalismo occidentale ai paesi dell’Est, forme alternative alla stretta di mano come il ‘bacio fraterno’
sono del tutto sparite (mentre – l’abbiamo visto – baci sulla guancia con abbracci sono diventi sempre più diffusi, ma per lo più introdotti o accompagnati dalla stretta di mano). L’internazionalizzazione del gesto comporta il suo sradicamento dalle specifiche tradizioni culturali e di conseguenza un tendenziale svuotamento del suo significato. Il fatto che la stretta di mano nel contesto della comunicazione interculturale si sia universalmente affermata nella funzione di gesto di saluto, non vuol dire che si sia introdotto e radicato nelle culture del mondo che fino a poco fa non ne facevano nessun uso. Trainings interculturali tra americani, europei e orientali, per esempio, evidenziano che gli asiatici usano questo gesto di saluto esclusivamente in contesti ufficiali e di lavoro, tra amici non ci si saluterebbe mai in tal modo!(11)
Profonde differenze culturali rispetto al comportamento durante un primo incontro tra sconosciuti difficilmente si lasciano esprimere attraverso quell’unico gesto di saluto che è di forte impronta occidentale. La stretta di mano parte dalla convinzione dell’uguaglianza tra gli interlocutori, mentre i risultati della ricerca interculturale tra studenti di vari nazioni portano alla constatazione che gli studenti giapponesi sono indirizzati a cercare sempre le differenti collocazioni nella struttura sociale, cioè partono dall’idea che nel primo incontro deve essere stabilito chi dei due occupa la posizione più alta e chi quella più bassa e, nel caso di difficile individuazione, la cortesia chiede di presentarsi nel ruolo di inferiorità.(12)
Anche se tali sottigliezze difficilmente possono essere espresse con il gesto, esiste, comunque, la possibilità di affidarle alla mimica che lo accompagna. Nonostante la restrizione di significati specifici che la stretta di mano ha inevitabilmente subito a causa della sua diffusione globale, questo gesto si presenta lo stesso molto più complesso di quanto appaia a prima vista. La generale funzione antropologica resta quella di tutte le forme di saluto e di stabilire un primo contatto amichevole: si tratta di una combinazione di auto-rappresentazione e assicurazione, si cerca di far capire all’altro chi siamo e che abbiamo intenzione pacifiche.(13) Per esprimere questi due messaggi fondamentali, il gesto della stretta di mano si avvale di variazioni che riguardano le mani stesse, la mimica e il portamento.
Di regola, quando ci si dà la mano, il gesto richiede che si guardi l’altro direttamente negli occhi:
Se uno dei due non lo fa, il suo sguardo volto altrove provoca irritazione e può essere, appunto, interpretato come espressione di inferiorità o superiorità:
Guardarsi negli occhi mentre si dà la mano, a seconda delle situazioni dell’incontro, può acquisire vari significati: conferma della stima reciproca, sottolineatura del fatto che non ci sono intenzioni nascoste (gli occhi come ‘specchio dell’anima’), espressione di gioia etc. Benevolenza o gioia di solito richiedono anche il sorriso, che di per sé è una mimica che rappresenta una forma di autocontrollo che evita il riso o il pianto, anche se talvolta ci può sembrare lo stesso esagerato:
Il portamento durante la stretta di mano significa la conferma di uguaglianza quando le due persone si mettono una di fronte all’altra con la schiena dritta, mentre le varie forme di inchino (per lo più solo accennato) possono sottolineare la stima reciproca oppure, quando soltanto uno dei due si inchina, il rituale posizionamento di inferiorità. La combinazione della posizione che affianca uno all’altro con le mani incrociate si inserisce nei rituali politici che cercano di dimostrare all’opinione pubblica almeno l’intenzione di intesa o di collaborazione.
Naturalmente anche le mani stesse permettono una grande molteplicità di varianti che va dallo sfiorare soltanto le dita dell’altro (nel caso del seguente immagine accompagnato dal fatto – un po’ “all’antica” – che la signora al contrario del uomo non si toglie i guanti)

alla vera e propria stretta che aumenta anche la valenza del gesto in relazione alla sua durata nel tempo. Talvolta la posizione di una mano su quella di un’altra persona può diventare una sottile lotta per l’espressione di superiorità; celebre per questo gesto la mano sinistra che il candito John F. Kennedy pose su quella di Richard Nixon dopo il dibattito televisivo che era risultato nettamente al suo favore:
Per concludere: debbiamo renderci conto del fatto che anche il saluto ormai universalmente accettato contiene in sé un'infinità di sfaccettature, di sfumature, per lo più legate alla mimica che, forse per fortuna, per buona parte non è facilmente controllabile, ed è, invece, un'espressione involontaria del nostro stato d'animo. Ed è anche una fortuna che queste espressioni siano tendenzialmente universali perché radicate nelle potenzialità di tutti gli uomini del globo di sentire e trasmettere gioia, rabbia, simpatia e antipatia. Meglio così, se no, la comunicazione interculturale si ridurrebbe in tutto il mondo a quella diplomatica che da sempre ha dovuto imparare a nascondere i propri sentimenti.
Vorrei congedarmi da Voi con il saluto che mi sembra più bello perché esprime un profondo rispetto verso la dignità dell'altro:
"namaste", che vuol dire: mi inchino davanti alle qualità divine che sono in te.

 

Note:
1 Il testo si basa su una versione spagnola che sarà pubblicata nel 2010 presso la casa editrice Anthropos, Barcellona.
Tutte le illustrazioni sono prese da vari siti internet che da parte loro attingono a varie fonti, soprattutto giornalistiche; non indicate; eventuali fotografi aventi diritti di copyright sono pregati a mettersi in contatto con l’autore.
2 Erasmus von Rotterdam, Ausgewählte Schriften, a cura di W. Welzig, Wiss. Buchges., Darmstadt 1967, vol. 8, p. 143.
3 Cfr. le voci “Begrüßungsrede” e „Salutatio“ in Historisches Wörterbuch der Rhetorik, a cura di Gert Ueding, Niemeyer, Tübingen 1992 e 2007, vol. 1, col. 1422-1430 e vol. 8, col. 424-431.
4 “stark konventionalisierte elemente der symbolischen interaktion”; Hartmann, 1973, p. 133.
5 Cfr. Norbert Elias, Gesammelte Schriften, vol. 11: Studien über die Deutschen. Machtkämpfe und Habitusentwicklung im 19. und 20. Jahrhundert, a cura di M. Schröter, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2005.
6 Cfr. Stefan Nienhaus, Anmerkungen zum Fehlen des ‘Knigge’ in Knigges “Ueber den Umgang mit Menschen“, in „Und es trieb die Rede mich an ...“. Festschrift zum 65. Geburtstag von Gert Ueding, a cura di J. Knape, O. Kramer e P. Weit, Niemeyer, Tübingen 2008, pp. 233-241.
7 Vedi Elias, op. cit., pp. 43-46.
8 Asfa-Wossen Asserate, Manieren, Deutscher Taschenbuch Verlag, München 2005 (prima ed. 2003). Per il saluto vedi ibi., pp. 211-229.
9 Asserate, op. cit., p. 215.
10 Cfr. Irenäus Eibl-Eibesfeldt, Die Biologie des menschlichen Verhaltens. Grundriß der Humantheologie. Piper, München 1986, p. 551.
11 Cfr. Johannes Galli, Interkulturelle Kommunikation und Körpersprache, Galli, Freiburg i. Br. 2000, pp. 80 sg.
12 Cfr. Carola Otterstedt, Abschied im Alltag. Grußformen und Abschiedsgestaltung im interkulturellen Vergleich, München 1993, pp. 50sg.
13 Eibl-Eibesfeldt, op. cit., pp. 612 sg.

 

 

 

 

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